Leggo “Le valli degli assassini” di Freya Stark e non riesco a capire perché non abbia la stessa grande fama (almeno mi pare) di “La via per l’Oxiana” di Byron e “In Patagonia” di Chatwin. Conoscevo già Freya ma questo libro ha qualcosa che lo può portare ai vertici della letteratura di viaggi (la mia preferita in questi ultimi anni). Provo qui a spiegarne i motivi. Innanzitutto la personalità di Freya, che si pone, nei confronti delle persone che incontra,  sempre in termini di rispetto. Siamo lontani anni luce dalla spocchiosità e dalla antipatica ironia di alcuni  viaggiatori di oggi, come Will Ferguson (“Autostop col Buddha) e anche  Bertrand Ollivier (“Verso Samarcanda) che hanno invalidato le loro potenzialmente bellissime imprese mancando di rispetto nei confronti delle popolozioni dei paesi attraversati.

Anche Freya è ironica, o meglio possiede quello humor di qualità che le consente di porsi sempre con distacco nei confronti delle proprie esperienze, lo stesso distacco che  abbraccia se stessa e gli altri.  Tra le sue pagine io non trovo l’inglese colta che considera inferiori i poveri abitanti del Luristan iraniano degli anni ’30, ma la donna sicura e paziente che intraprende con calma le imprese più strane, ponendosi su un piano di parità con coloro che incontra, che le fanno da guida, che la ospitano, la arrestano, le offrono il loro poco cibo, o si dimenticano, come Shah Riza di procurarle il pranzo dopo ore di lunghe cavalcate negli altopiani aridi e desertici. C’è sempre, accanto allo humor leggero e piacevole, un accento di affetto nei confronti di questi uomini così diversi da lei.

E passiamo al secondo motivo: la descrizione puntuale, limpida, affascinante del paesaggio attraversato. Con Freya si compie quel miracolo di “empatia letteraria” di cui parla anche Douglas Hofstadter in “Anelli nell’io”. Si tratta della “universalità rappresentazionale” che può essere spiegata così: la nostra mente attraverso i simboli che in essa si sono formati, può replicare una quantità di esperienze e può importare dentro di sè idee ed avvenimenti anche senza bisogno che noi ne siamo testimoni diretti. Questo può avvenire attraverso la lettura di pagine che in qualche modo “accendono” i nostri simboli. E può avvenire soprattutto quando ci troviamo di fronte a pagine di grande letteratura. Leggendo Freya, si percepisce tutto dei luoghi che lei ora dopo ora, giorno dopo giorno, instancabilmente percorre. Luoghi in cui negli anni ’30 del ’900 nessun europeo aveva ancora attraversato, e ancora oggi difficili da visitare e conoscere.

(Douglas Hofstadter, pp.299-300, Anelli nell’io, Mondadori) Potremo fare esperienza del profilo della catena del Sefid Kuh: ” così netto che solo a guardarlo l’animo era inondato di pace.” Potremo attraversare la valle del Gatchenah , dove: ” non v’erano case nè alberi, ma una vastità deliziosa”. Potremo spingere lo sguardo verso le carovane di mercanti di carbone, che: “si riposavano all’ombra delle rocce e mangiavano pere selvatiche raccolte nella foresta.” Immergerci nella fitta vegetazione lungo la discesa del Gildar dove: “C’erano ginestre e tamerici, biancospini e querce, un albero con le foglie piccole che si chiama keikum, e il wan che ha le foglie grandi, bacche commestibili color blu pavone ed è molto profumato.”

E arrivo al terzo motivo: Freya nel corso del suo viaggiare vive e fa vivere una incomparabile esperienza di silenzio. “le pareti rocciose del Peri Kuh emergevano dall’oscurità, inondate dalla luce lunare: il silenzio era sconfinato e bellissimo.” “E di nuovo intorno a noi ci fu una splendida pace, una solitudine ininterrotta.” “Il silenzio e la solitudine ristagnavano piacevolmente, con un delizioso senso di pace.”

Potrei andare avanti, per esempio si potrebbe parlare della povertà e della dignità degli abitanti delle tribù nomadi incontrati da Freya, delle rotonde forme di pane impastate e cotte alla svelta in ogni occasione,  del bambino morso da un serpente e curato a lungo da Freya. Delle avventure con i solerti poliziotti delle valli “degli assassini”.

Mi fermo, con un’ultima immagine scelta per voi che avete avuto la pazienza di arrivare fino alla fine di questo lungo post!

“L’aurora color tortora strisciava sul paesaggio deserto spianando l’alta cresta che ci stava davanti in una dolcezza ombrosa e uniforme, come se la mente degli uomini, crescendo in saggezza, per eccesso di luce riuscisse a spianare gli ostacoli che le stanno davanti, ” Freya Stark, p.76, Le valli degli assassini, Guanda.